Ossessionati dalla perfezione?

Sto lavorando in questi giorni insieme all’amico e polistrumentista Aaron Stanton, con cui realizziamo un po’ di video destinati ai suoi canali sui social, dedicati alla musica e incentrati sulla batteria, il suo strumento principale.

Riflettendo su quale possa essere il modo migliore di presentare i nostri contenuti, ci siamo resi conto che la maggior parte di quello che vediamo e ascoltiamo scorrendo il pollicione sul vetro abbia raggiunto livelli di perfezione tecnica e realizzativa impressionanti.

Ci siamo così posti quindi una domanda fondamentale, rendendoci conto immediatamente che toccasse un argomento ben più vasto di quello che immaginavamo inizialmente:

– La perfezione è un valore?

Provo a dire la mia:

L’uomo è stato abituato, nella sua storia, a sondare, sfidare e superare i propri limiti ponendone di nuovi per raggiungere l’eccellenza tecnica, ma oggi le possibilità di post-produzione sono talmente grandi che mettono in secondo piano quello che poi è il vero succo del contenuto in questione.

Siamo sempre molto preoccupati che tutto sia perfetto: esecuzione, mix audio, luci, durata del contenuto, etc.

La mia tesi è che il pubblico sia ormai ebbro di perfezione, e a sostegno di ciò vi racconto un aneddoto legato al mio lavoro di musicista presso il prestigioso Hotel De Paris di Montecarlo, proprio insieme ad Aaron, batterista della band.

Abbiamo avuto la percezione che il pubblico stesso sembrasse essere sempre più interessato ai nostri momenti di difficoltà e a come le affrontassimo che all’esecuzione dei brani (la cui qualità a un certo punto viene data per scontata).

È come se gli imprevisti creassero un brivido, un qualcosa di divergente dalla routine.

Mi è infatti capitato di ricevere la mancia (amici frequentatori dell’hotel, non smettete!) ad esempio per aver rotto una corda e averla cambiata sul momento mentre la band continuava a suonare, con tanto di strette di mano e attestazioni di stima.

È chiaro che si debba sempre suonare bene, ma vorrei porre l’attenzione sul fatto che ricercare l’assoluta perfezione tecnica possa avere ripercussioni negative sulla libertà d’espressione dei musicisti stessi, che si trovano poi a suonare pensando (male!) “non devo sbagliare” oppure (peggio!) “se non commetto errori sarò inattaccabile” mentre la mente dovrebbe essere libera e proiettata nella stanza, creando così la connessione fra i musicisti e il pubblico.

Chiamo questo concetto “suonare la stanza”.

Certe considerazioni mentali (para-noie) sono figlie delle nostre insicurezze, e un musicista ha il dovere di non diffonderle fra il suo pubblico e fra i suoi colleghi sul palco. Questo è un concetto molto sottile, ma la musica è verità e connessione, quindi facciamo prima di tutto pace con il fatto che quello che proviamo è quello che trasmettiamo.

Del resto gli imprevisti capitano sempre (chi fa questo mestiere lavorando con il pubblico lo sa), ed è come vengono gestiti che fa la differenza.

Come si ricollega questo discorso ai video per i social?

Beh, in genere si vedono musicisti nelle loro stanze o nei loro studi: questi sono gli ambienti più sicuri in assoluto.

C’è sempre la rete di salvataggio, rappresentata dalla possibilità di ripetere un take un numero illimitato di volte, ed eventualmente di ritoccare un po’ l’esecuzione con programmi come Melodyne, ad esempio. Non c’è mai nessuno a guardarci, a tenere quel minimo di tensione che fa bene e che aiuta lo spirito di gruppo. La maggior parte delle volte non c’è proprio un gruppo, si suona su una base. Tutto è controllato e programmato fino all’ultimo respiro.

Tutto questo è legittimo, ma francamente così facendo mi sembrerebbe un po’ di barare.

Magari sono strano io; comunque abbiamo deciso di:

1. Suonare al meglio delle nostre possibilità;

2. Lasciare lì le imperfezioni, perché servono a riportare tutto su un piano più umano, e anche a non doverci nascondere dietro alla tecnologia.

È importante per la nostra mente fare pace con il fatto che siamo creature fallibili, e che la ricerca della perfezione ad ogni costo è una chimera che può portare solo a disagio, ansia e frustrazione (vedi l’abuso di filtri sulle foto nei social e la vergogna legata alla propria voce); inoltre non sono neanche più tanto convinto (in luce dell’aneddoto che ho raccontato prima) che sia una condizione per ottenere il famoso “engagement” (coinvolgimento), a cui tanti sembrano essere interessati.

Sempre nell’ottica della lotta per ridurre ansia e disagio sociale, volevo condividere con voi questa riflessione, invitandovi a un dibattito aperto e rispettoso.

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